
Il mastino di Baskerville (1901). Quello di sicuro con più tinte horror e di fantasmi e comincia con una maledizione. Cosa può affascinare meno? Però Sherlock Holmes ci ha abituati a risolvere tutti i casi e il cattivo è lì dietro l'angolo (oltre il cancello). In realtà per buona parte del romanza si ha la sensazione che Holmes non ci sia (e difatti Watson sempre lavorare da solo) e solo ad un certo punto (sono riuscito a prevederlo) è arrivato mentre lavorava in maniera parallela al suo amico. Viaggi esotici stavolta non ne registro, a parte questo tenuta dei Baskerville che basta e avanza come ambientazione per la paura che porta.
Sono successivamente passata ai racconti, poiché dopo tre romanzi ho sentito la necessità di avere indizi, prove e risoluzioni in tempi più brevi. Dei racconti ho un bel ricordo di tutti, da Scandalo in Boemia a Il problema finale. Forse alla fine sono più efficaci di racconti, ma solo il tempo potrà dirlo davvero. La figura di Moriarty che evidentemente serviva necessariamente all'autore per mettere a confronto Sherlock un nemico invincibile. A me non ha entusiasmato, a dire il vero, è artificioso pensare che esista sempre un complotto ben organizzato dietro tutto.
L'ultimo romanzo letto (e se non ho capito male altri non ce ne sono) è La valle della Paura (1915) è un esempio della presenza di Moriarty e di come dopo tante peripezie alla fine vince lui. Ma a parte tutto questo, la storia ha la stessa caratteristica dei precedenti romanzi, cioè una seconda parte che spiega tutto quello che è accaduto prima, un romanzo nel romanzo che non ha niente a che fare con Sherlock Holmes, se non quando i protagonisti sono gli stessi che incontra in Inghilterra il nostro investigatore autonomo preferito. Sì, perché anche questa volta si ambienta in America, vicino a qualche miniera e soprattutto dentro una loggia di uomini liberi che spiega molto bene come funzionavano (o funzionano?) queste cose. Il colpo finale dell'identità dell'uomo libero è stata micidiale.
Ad ogni modo la cosa più interessante, oltre al fatto che Sherlock lavora in autonomia su richiesta della Polizia Inglese è che il narratore di tutto è Watson e che il suo obiettivo è quello di rendere giustizia alla bravura del suo amico. Quest'idea mi piace moltissimo. Chissà perché.






















I classici fanno sempre un po' paura. Qui l'unica cosa che è andata storta è l'albero genealogico in cui ci si perde per forza di cose, ma per il resto c'è tutto da imparare. La tecnica di anticipare e poi di ricucire, per non parlare della capacità di inserire il magico senza stonare nel reale (da qui è considerato il padre del realismo magico?). Di certo, ci sono mille altre cose e sono cosciente che un libro così va riletto per forza di cose, perchè tante sono le gemme, e tutte diverse, che lo rendono prezioso e che varebbero la pena di essere colte. Per ora mi accontento di questo, e già questo mi serve oltremodo.